Un padre che insegue una figlia sul sentiero del nord, una risata che spiazza e un’Italia che torna in sala. “Buen Camino” di Checco Zalone non è solo un film: è il promemoria che il cinema, quando parla chiaro, mette tutti in cammino, anche chi non lo aveva previsto.
Qualcosa è cambiato nelle abitudini del pubblico. Le sale si riempiono, anche nei feriali. Davanti allo schermo, risate e silenzi brevi, che riflettono anche. E sì, Checco Zalone ce l’ha fatta un’altra volta, e stavolta ha battuto il suo stesso record.

Un successo che si vede anche nelle piccole cose. Ad esempio, stando a Google Trends, le ricerche italiane sul Cammino di Santiago sono balzate in alto nelle settimane successive all’uscita; alcune stime parlano di un +5x, dato che rende l’idea della scossa culturale.
Non è un caso. “Buen Camino” guarda alla relazione padre-figlia con occhi pop e ritmo da commedia. Alessia, 24 anni, mi dice che l’ironia “tira fuori il materiale umano da una storia comune”. Lucrezia concede che “si ride”, ma nota lo scarto rispetto al “classico” Zalone: meno italiano medio, più personaggio spiazzato dalle proprie comodità. È una virata che divide, ma mobilita.
Il vero boom però sta nei numeri. “Buen Camino” è entrato ufficialmente nella storia del cinema italiano come film più visto dell’era Cinetel (dal 1994). Gli incassi complessivi hanno superato i 75 milioni di euro con 9.369.000 presenze in sala. Il sorpasso su Avatar è stato certificato quando il film ha toccato circa 70,9 milioni; le settimane successive hanno spinto il cumulato oltre la nuova soglia. Primato che batte anche quello di “Quo Vado?”, firmato insieme a Gennaro Nunziante.
Il contesto industriale conta: “Buen Camino” è co-prodotto e distribuito da Medusa Film, con Indiana Production e una collaborazione con Netflix. Budget stimato intorno ai 28 milioni. Il film ha funzionato in ogni quadrante: famiglie nel weekend, giovani curiosi, pubblico trasversale nei centri medio-piccoli. Segnale non banale in un mercato dove la tenuta in seconda e terza settimana fa la differenza.
Perché funziona (al di là dei numeri)
La trama è semplice, quasi ostinata. Checco, figlio di un ricco produttore di divani, vive tra piscine e yacht. La scomparsa della figlia Cristal lo costringe a uscire dalla bolla. La trova sul Cammino. Ottocento chilometri a piedi. Ostelli, pioggia, scarponi e domande. Lì la commedia si fa viaggio: l’uomo che non vuole faticare impara a misurarsi coi passi. Non è un “capolavoro” nel senso canonico, ma il dispositivo è netto: ridere per abbassare le difese, poi infilare il chiodo del sentimento.
Zalone e Nunziante scrivono corto e visivo. La colonna sonora, curata da Zalone, accompagna senza ingombrare. Dove “Tolo Tolo” divideva per ambizione e tono, qui la regia abbassa il registro e recupera accessibilità. Il passaparola lo conferma: pubblico grande, critica più tiepida, ma non ostile. È qui che nasce l’effetto calamita sulle sale.
C’è un risvolto interessante: il film gioca coi cliché italiani e li trasporta in un contesto spirituale spagnolo. Il contrasto produce energia comica e un piccolo invito all’essenziale. Funziona perché non pretende di spiegare il mondo; si accontenta di metterci in cammino con due personaggi che non si capiscono e provano, passo dopo passo, a farlo.
Forse il vero record non è solo il box office. È aver riportato la conversazione sul perché andiamo al cinema. Per ridere di noi, per stare stretti in sala, per sentire che un padre e una figlia possono trovarsi lungo una strada polverosa. La prossima volta che vedremo un sentiero, penseremo a una battuta o a un abbraccio? Magari a entrambi.
