Le violenze di questi giorni porteranno all’utilizzo del metal detector a scuola. Ma è davvero la scelta giusta?
La scuola purtroppo non è più quella che ricordiamo. Campanelle che suonano, bidelli che salutano, professori con registro in mano. Questi sono i nostri ricordi, ma ora in alcuni contesti è tutto peggiorato, e molto. Il caso di La Spezia ha reso urgente una riflessione che covava da tempo. È in questo clima che l’idea dei controlli agli ingressi si è fatta strada.

La risposta istituzionale va in una direzione graduale. Prima l’analisi del contesto, poi il raccordo con i prefetti e i comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica. Solo “nelle situazioni più gravi”, e su richiesta del dirigente scolastico, possono arrivare strumenti di verifica agli accessi, inclusi dispositivi manuali per individuare oggetti metallici. Sempre nel rispetto dei diritti fondamentali.
Un punto non è negoziabile: docenti e personale Ata non possono fare perquisizioni. Il controllo fisico delle persone spetta alle forze dell’ordine o a personale autorizzato. La scuola può segnalare, collaborare, chiedere supporto. Il suo compito resta educativo.
Sulla carta la misura è proporzionata e mirata. Nella pratica apre interrogativi. È un intervento reattivo, non preventivo. Arriva quando la criticità è già emersa. E allora: cosa succede prima?
Le ricerche internazionali offrono risultati contrastanti. I varchi riducono l’ingresso di oggetti pericolosi dove la minaccia è concreta, ma non incidono da soli su clima scolastico e benessere. In Italia, al momento, non esistono dati pubblici affidabili sul numero di istituti pronti a installarli o sui costi di gestione ricorrenti; i tempi dipendono da territorio, bilanci e disponibilità di personale. È bene dirlo senza giri di parole.
Prevenzione che dura: oltre i varchi
La prevenzione efficace ha un’altra faccia. Spazi di ascolto aperti e stabili. Équipe multidisciplinari che coinvolgano scuola, servizi sociali e sanità territoriale. Programmi di supporto tra pari. Formazione dei docenti su conflitti e gestione delle classi. Non sono slogan: le valutazioni indipendenti mostrano cali delle segnalazioni disciplinari e un miglioramento del senso di appartenenza quando questi strumenti sono continuativi e ben coordinati.
Esempi concreti? Uno sportello psicologico presente due giorni a settimana, non solo “a progetto”. Un patto chiaro con le famiglie su oggetti non ammessi, accompagnato da momenti di confronto, non da circolari minacciose. Simulazioni di gestione dei conflitti nelle ore di educazione civica. Un referente di rete che dialoghi con consultori e centri giovani. Piccole scelte, impatto grande quando diventano routine.
Il timore, comprensibile, è trasformare l’ingresso in un checkpoint. In alcuni contesti critici può servire, per un periodo limitato, con criteri trasparenti e controlli rispettosi. Ma se la scuola insegue solo la sorveglianza, rischia di perdere il suo baricentro: la costruzione di legami, regole condivise, responsabilità.
I metal detector possono essere un argine dove l’onda è già alta. Non sostituiscono l’opera silenziosa che intercetta i segnali deboli: l’isolamento, la rabbia che si aggrappa a un pretesto, il bisogno di essere visti. In fondo, la domanda è semplice e impegnativa insieme: che tipo di comunità vogliamo incontrare al mattino, passando quel portone? Una coda ordinata davanti a un varco, o un luogo che ti riconosce prima ancora di controllarti le tasche?

