La tormenta


La montagna è sempre stata una delle mie più grandi passioni. L'immensità di quei giganti di roccia, le cime bianche che sembrano essere cucite su quei cieli blu, il luccichio della neve illuminata dai raggi del sole, l'armonioso fruscio dei torrenti, mi hanno sempre affascinato facendomi provare una sensazione di pace e serenità interiore.
Fin da bambino ho coltivato questa passione praticando sci d'inverno ed alpinismo d'estate, mai avrei creduto di poter rischiare la vita in uno dei luoghi a me più cari.

Era il lontano 1972, ero maestro di sci da circa 10 anni, credevo di conoscere ogni singola sfumatura e sfaccettatura delle montagne della Valle d'Aosta, ogni singolo fiocco di neve e stella alpina che abitavano sul Monte Cervino.
Il sole era sorto alle 08:03 quella mattina di dicembre ed io e la mia squadra eravamo già in prima linea a Plateau Rosa pronti per goderci la neve fresca, da poco battuta dai gatti delle nevi.
Non una nuvola presente in cielo. Avevamo sciato tutto il giorno, le gambe iniziavano ad essere indolenzite, ma eravamo pronti per l'ultima discesa prima che il sole tramontasse alle 16:44.

Con il sole basso, la luce sempre più fioca, iniziava a annuvolarsi il cielo e salire il vento, ma questo non ci preoccupava, non avremmo impiegato più di 40 minuti per raggiungere il fondo valle; io e due amici aspettavamo solo che i chiudi pista partissero per assicurarsi che non ci fosse più nessuno sugli impianti, e noi avremmo avuto tutto il percorso libero per scendere al massimo della velocità e divertimento. Adrenalina pura.

Le Guide erano partire, tempo dell'ultimo bombardino per scaldarci, chiudere gli scarponi, indossare le giacche, i passamontagna, attaccare gli sci e imboccare la esse del Ventina.
Stava cambiando il tempo, il vento era sempre più forte e sollevava delle nubi di neve che ci impedivano di tenere gli occhi aperti, da questo momento è iniziato il nostro incubo.

D'un tratto, quasi all'improvviso tutto si è fatto buio, la nebbia ci stava disorientando e l'unica cosa che tentavamo di fare era stare vicini, sciare in fila indiana tentando sempre di rimanere tra i paletti che delimitano le piste, fino a quando non riuscivamo più a distinguere la terra dal cielo. Tutto era di un grigio scuro che ci avvolgeva; eravamo finiti in una tormenta terribile.

Eravamo terrorizzati. Sapevamo che oltre a noi non c'era più nessuno sugli impianti, e che l'unico modo per salvarci era cercare, con quel briciolo di senso dell'orientamento rimasto, di puntare sempre a valle. Non sapevamo più dov'eravamo, che ore fossero, eravamo dispersi nel nulla, il freddo era qualcosa di indescrivibile, sapevamo che eravamo sottozero e che se non avessimo trovato un riparo dalla tormenta saremmo morti di ipotermia. Abbandonammo gli sci e continuammo a piedi, muoversi era l'unico modo per tenere il sangue in circolazione e scaldare i muscoli. Non dovevamo fermarci, dovevamo continuare a scendere verso valle.

Passavano le ore, eravamo stanchi, sfiniti, spaventati e la rassegnazione al nostro triste destino era ormai una necessità.
Quasi come un dono divino, ad un certo punto ci sembrò di vedere una piccolo tetto di una baita, iniziammo a correre incontro a quello che più pareva un miraggio, ma non lo era. Era una piccolissima casa abbandonata. Iniziammo a scavare per raggiungere la maniglia della porta, ci saranno stati almeno 60 centimetri di neve; furono tutte energie sprecate, la porta era chiusa e le cerniere erano congelate. Non potevamo che rassegnarci accovacciandoci e stringendoci l'un l'altro nella buca appena scavata, consapevoli che sarebbe diventata, da lì a poche ore, la nostra tomba.

Da quel momento non ho più ricordi, mi sono svegliato nell'ospedale di Aosta due giorni dopo. Le Guide, che erano partite prima di noi, sapevano che eravamo soliti a voler scendere per ultimi per goderci le piste vuote, ci conoscevano e sapevano quanto spericolati eravamo.
Ci aspettavano sempre a valle, anche quel giorno, ma vendendo la tormenta avvolgere il Cervino e non vedendoci arrivare capirono subito che eravamo in pericolo. Non potevano avventurarsi o mandare i soccorsi fino a quando la tempesta non si sarebbe placata. Ci trovarono all'alba del mattino successivo i Soccorsi Alpini, sul versante francese della montagna, 9 km sotto Zermatt.

Avevamo girato in tondo tutta notte, senza mai scendere.

Eravamo vivi. Eravamo salvi.

Giacomo I.











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